Quando acquistiamo un vasetto di pesto al supermercato, siamo davvero sicuri di sapere quanto prodotto stiamo portando a casa? Negli ultimi anni, in molti Paesi europei – Italia compresa – è stato documentato un aumento dei casi di riduzione delle quantità a parità di confezione, una pratica nota come shrinkflation in economia dei consumi, osservata da autorità di controllo dei prezzi e associazioni dei consumatori in vari comparti alimentari. Questa tendenza riguarda anche sughi pronti e condimenti, fra cui il pesto, con grammature medie via via più ridotte rispetto a qualche anno fa.
La metamorfosi silenziosa dei vasetti di pesto
Fino a qualche anno fa, il formato molto diffuso per un vasetto di pesto industriale si aggirava intorno ai 180-200 grammi, come si può verificare confrontando le schede prodotto e le etichette storiche di alcuni marchi principali. Oggi, sugli scaffali sono frequenti formati da circa 130 grammi e, in molti casi, da 90-100 grammi, senza un corrispondente aumento di trasparenza comunicativa sulla riduzione delle quantità.
Il problema non risiede tanto nella riduzione in sé, quanto nel fatto che questa diminuzione avviene spesso in modo poco evidente. Le dimensioni esterne del vasetto e il design complessivo della confezione possono rimanere simili, mentre cambia il volume interno effettivamente destinato al prodotto. Diversi studi di marketing mostrano che piccole variazioni di forma e spessore del packaging alterano significativamente la percezione del volume senza che il consumatore se ne accorga con precisione.
L’illusione ottica che svuota il portafoglio
Le strategie di packaging utilizzate dai produttori fanno largo uso di accorgimenti visivi e strutturali. Ricerche di psicologia dei consumi mostrano che contenitori con fondi più spessi, pareti interne sagomate o spalle più pronunciate possono far apparire più “pieno” un contenitore che, in realtà, contiene meno prodotto rispetto a un contenitore di forma più semplice. La disposizione e la dimensione dei caratteri in etichetta incidono inoltre sulla facilità con cui il consumatore nota il peso netto.
Questo fenomeno è una forma indiretta di aumento dei prezzi: invece di rialzare esplicitamente il prezzo al pezzo, si riduce la quantità mantenendo il prezzo uguale o aumentandolo di poco. Il risultato economico, misurato sul prezzo al chilogrammo, è un incremento del costo unitario del prodotto, documentato in analisi dell’inflazione occulta condotte su mercati alimentari europei.
Come difendersi: strategie concrete per acquisti consapevoli
La prima e più efficace arma di difesa è l’attenzione all’informazione obbligatoria in etichetta. La normativa europea sull’informazione alimentare ai consumatori impone che il peso netto sia riportato chiaramente sulla confezione, ma non regola la forma del contenitore né la dimensione complessiva del packaging. Per questo motivo, affidarsi solo alle dimensioni del vasetto può portare a una percezione distorta della quantità.
Il calcolo del prezzo al chilogrammo
La normativa europea in materia di indicazione dei prezzi al consumatore prevede che, per la maggior parte dei prodotti preconfezionati, il rivenditore esponga accanto al prezzo di vendita anche il prezzo per unità di misura, proprio per consentire un confronto trasparente tra confezioni di formato diverso.
Un vasetto da 90 grammi a 2,50 euro costa circa 27,78 euro al chilo, mentre uno da 130 grammi a 3,20 euro costa circa 24,62 euro al chilo. La differenza non è trascurabile e si accumula nel tempo. Se il prezzo al chilogrammo non fosse chiaramente visibile sullo scaffale, è possibile calcolarlo facilmente dividendo il prezzo del prodotto per il suo peso espresso in chilogrammi.

Quando il formato ridotto diventa una trappola psicologica
La psicologia dei consumi ha mostrato che le persone tendono a stimare “a occhio” la capacità di un contenitore, spesso sovrastimando le porzioni reali che un piccolo vasetto può coprire. Nel caso del pesto, se un vasetto da circa 90 grammi viene percepito come sufficiente per due piatti abbondanti, al momento dell’utilizzo ci si può ritrovare con una sola porzione scarsa.
Il pesto confezionato ha una buona shelf life da chiuso, ma una volta aperto deve essere consumato in tempi relativamente brevi secondo quanto indicato dal produttore. La combinazione di formati piccoli, uso frequente e deteriorabilità dopo l’apertura porta molti nuclei familiari a riacquistare il prodotto più volte al mese, con un impatto significativo sul budget familiare e un aumento dei rifiuti da imballaggio.
Le conseguenze nascoste sulle abitudini alimentari
L’aumento dei prezzi relativi di alcuni prodotti può spingere parte dei consumatori a sostituirli con alternative percepite come più economiche, spesso meno equilibrate dal punto di vista nutrizionale. Analisi sulla dieta mediterranea in contesti di rincaro dei prezzi hanno evidenziato che alimenti tipici di qualità tendono a essere consumati meno frequentemente nei nuclei familiari con budget alimentare più ristretto.
Il pesto di qualità – soprattutto quando prodotto con ingredienti come basilico fresco DOP, olio extravergine d’oliva e formaggi stagionati – si inserisce a pieno titolo nella logica della dieta mediterranea. La sua trasformazione in prodotto confezionato costoso al chilo può però portare molte famiglie a riservarlo a occasioni sporadiche.
Cosa fare per tutelarsi efficacemente
Oltre alla vigilanza individuale al momento dell’acquisto, esistono strategie difensive concrete che ogni consumatore può adottare. Segnalare le pratiche ritenute ingannevoli alle associazioni dei consumatori e alle autorità garanti della concorrenza può fare la differenza: in diversi Paesi europei sono già state aperte istruttorie su casi ritenuti potenzialmente fuorvianti. Privilegiare confezioni che permettano di vedere il livello di riempimento, oppure etichette con indicazioni di peso e prezzo al chilo ben visibili, aiuta a fare scelte più consapevoli.
Valutare alternative come il banco gastronomia o lo sfuso può offrire un rapporto quantità-prezzo diverso rispetto al prodotto industriale in vasetto. La preparazione casalinga può risultare economicamente sostenibile, soprattutto per chi ne consuma quantità regolari. Conservare gli scontrini e monitorare i prezzi nel tempo consente di individuare incrementi di prezzo e riduzioni di formato.
La trasparenza commerciale è uno degli obiettivi dichiarati delle normative europee sull’informazione ai consumatori, ma la responsabilità dell’attenzione quotidiana ricade inevitabilmente anche su chi acquista. Scegliere consapevolmente, confrontando peso, prezzo al chilogrammo e contenuto effettivo delle confezioni, invia al mercato un segnale misurabile attraverso le vendite. Il carrello della spesa diventa uno strumento concreto di voto economico, capace di influenzare nel tempo le strategie di prezzo e di confezionamento dell’industria alimentare.
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