Padre scopre perché suo figlio adulto è sempre insicuro: la causa era nelle sue parole quotidiane

Quando un padre osserva il proprio figlio giovane adulto muoversi nel mondo con insicurezza, portando sulle spalle il peso di una scarsa autostima, può sperimentare un senso di impotenza profondo. Non si tratta più di consolare un bambino dopo una caduta o di incoraggiarlo prima di una recita scolastica: davanti a voi c’è una persona in formazione, sensibile al giudizio, che sta costruendo la propria identità adulta in un’epoca che non perdona fragilità.

La difficoltà principale risiede proprio in questo equilibrio delicatissimo: come trasmettere fiducia senza sembrare paternalistici? Come offrire sostegno senza invadere quello spazio di autonomia che ogni giovane adulto rivendica legittimamente? La risposta non sta tanto nelle parole perfette da pronunciare, quanto nella capacità di creare un terreno relazionale fertile. La qualità della relazione tra genitori e figli, basata su ascolto autentico e riconoscimento, rappresenta un fattore chiave nello sviluppo dell’immagine di sé e del benessere psicologico, anche oltre l’infanzia.

Il paradosso dell’incoraggiamento diretto

Molti padri commettono l’errore di bombardare i figli con rassicurazioni generiche del tipo “sei bravissimo” o “puoi farcela”. Le ricerche di Carol Dweck sulla teoria della mentalità mostrano che le lodi focalizzate su qualità fisse come “sei intelligente” o “sei portato” possono favorire quello che lei definisce mentalità fissa e aumentare l’ansia da prestazione, rendendo i ragazzi più inclini ad evitare le sfide e a vivere l’errore come prova di inadeguatezza. Invece le lodi che valorizzano processi, strategie e impegno favoriscono una mentalità di crescita e una maggiore resilienza di fronte alle difficoltà.

Queste indicazioni valgono anche per adolescenti e giovani adulti, che possiedono una capacità critica più sviluppata e tendono a percepire le lodi vaghe come poco autentiche, soprattutto se non collegate a comportamenti concreti. Il giovane adulto insicuro ha bisogno di vedere riconosciuti i processi, non solo i risultati. Invece di dire “sei intelligente”, provate con “ho notato come hai affrontato quel problema da diverse angolazioni”. La differenza è sostanziale: nel primo caso offrite un’etichetta statica che può generare timore di non essere all’altezza la volta successiva; nel secondo, riconoscete uno sforzo concreto, una strategia applicata.

La potenza della vulnerabilità paterna

Uno degli strumenti più sottovalutati nel rapporto padre-figlio adulto è la condivisione autentica delle proprie fragilità passate. Non si tratta di sminuire i problemi del figlio paragonandoli ai vostri, bensì di normalizzare l’insicurezza come parte del percorso umano.

Raccontate episodi specifici in cui avete dubitato di voi stessi: quel colloquio di lavoro fallito, quella presentazione andata male, quel momento in cui non vi sentivate all’altezza. Ma soprattutto, condividete cosa avete appreso da quelle esperienze, come le avete attraversate. La disponibilità ad esporsi in modo autentico, riconoscendo emozioni come paura, vergogna e insicurezza, è associata a una maggiore percezione di connessione e intimità nelle relazioni significative. Quando è rispettosa dei confini dell’altro e non rovescia sui figli il proprio peso emotivo, questa vulnerabilità contribuisce a creare un clima relazionale in cui l’altro si sente meno solo e meno difettoso nella propria fragilità.

Creare opportunità di micro-successi

L’autostima non si costruisce con discorsi motivazionali, ma attraverso esperienze concrete di efficacia personale. Albert Bandura, pioniere della teoria dell’autoefficacia, ha mostrato che la percezione di poter affrontare con successo compiti e sfide si sviluppa in modo privilegiato attraverso esperienze di padronanza graduali e realistiche.

Come padre, potete facilitare questo processo senza risultare invasivi. Coinvolgete vostro figlio in progetti condivisi dove può contribuire con competenze specifiche, anche piccole: questo crea occasioni di riuscita concreta. Chiedete genuinamente la sua opinione su questioni che lo riguardano, dimostrando che il suo pensiero ha valore. Celebrate i progressi incrementali, non solo i traguardi finali. Offrite sfide leggermente al di sopra della sua zona di comfort, accompagnate dalla vostra presenza non giudicante. Questi piccoli passi costruiscono, mattone dopo mattone, una fiducia nelle proprie capacità che nessun discorso potrebbe generare.

Il linguaggio che costruisce invece di demolire

Le parole sono architetture: costruiscono o demoliscono. Con un giovane adulto insicuro, occorre particolare attenzione a evitare confronti, sia con altri che con versioni idealizzate di sé stesso. Eliminate dal vostro vocabolario frasi come “dovresti essere più come…” o “quando avevo la tua età io…”. I confronti svalutanti e i paragoni con coetanei o con i genitori alla stessa età sono associati a maggior vergogna, senso di inadeguatezza e calo dell’autostima.

Preferite invece formulazioni che aprono possibilità: “Cosa pensi potrebbe aiutarti in questa situazione?” invece di “Secondo me dovresti…”. Questo approccio riconosce l’autonomia del figlio e lo posiziona come esperto della propria vita, rafforzando indirettamente la sua autostima. L’uso di domande aperte che invitano alla riflessione mira a rafforzare il senso di auto-determinazione e competenza, elementi fondamentali per costruire una solida fiducia in se stessi.

Quando il silenzio vale più di mille consigli

Paradossalmente, uno degli atti d’amore più potenti che un padre può offrire è la propria presenza silenziosa e non giudicante. I giovani adulti hanno spesso bisogno di elaborare le proprie insicurezze senza sentirsi immediatamente “aggiustati” o “sistemati”.

Praticate l’ascolto riflessivo: ripetete con parole vostre ciò che vostro figlio ha espresso, senza aggiungere interpretazioni o soluzioni immediate. “Ti sento dire che ti senti sopraffatto da questa situazione” è infinitamente più potente di “non devi sentirti così”. Il primo riconosce e valida, il secondo nega e isola. La risposta empatica e non giudicante favorisce l’esplorazione emotiva e la regolazione dei vissuti, mentre la minimizzazione aumenta spesso resistenza e chiusura. A volte basta essere presenti, testimoni silenziosi del loro percorso.

Quale errore hai fatto più spesso con tuo figlio insicuro?
Lodi generiche tipo sei bravissimo
Confronti con altri o con me
Soluzioni immediate senza ascoltare
Minimizzato le sue emozioni
Mai condiviso le mie fragilità

Riconoscere quando serve aiuto professionale

A volte l’insicurezza e la scarsa autostima nascondono disagi più profondi che richiedono un supporto specialistico. Non è un fallimento genitoriale riconoscerlo, anzi: rappresenta un atto di cura e responsabilità. Una valutazione e un eventuale percorso psicoterapeutico possono essere utili quando l’insicurezza interferisce con il funzionamento quotidiano, le relazioni o il rendimento.

Presentatelo non come una “cura” per qualcosa di rotto, ma come un investimento nella propria crescita personale, al pari di un corso di formazione professionale. Questo modo di rappresentare la psicoterapia è in linea con approcci moderni alla salute mentale che la descrivono come uno strumento di sviluppo di competenze emotive e relazionali.

Il vostro ruolo, in questo viaggio del figlio verso una maggiore sicurezza di sé, non è quello di risolvere o riparare. È quello di testimoniare, accompagnare, riflettere il valore che lui fatica ancora a riconoscersi. A volte basta esserci, con la ferma convinzione che trovare la propria strada fa parte del diventare adulti, insicurezze comprese.

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